Articoli e Analisi

PALESTINA: INDIVISIBILE, MULTIETNICA E ANTISIONISTA

Giorno dopo giorno assistiamo al continuo intensificarsi dell'aggressione e della repressione sionista contro il popolo palestinese, da Gerusalemme a Gaza, dai territori del '48 alla Cisgiordania fino nella diaspora. Gli ultimi progetti di legge presentati dal governo Netanyahu che definiscono Israele "Stato della nazione ebraica", la continua requisizione di case e l'implementazione delle colonie a Gerusalemme, la demolizione delle case dei martiri, le leggi volte a ritirare la cittadinanza a chi semplicemente sventola una bandiera palestinese, le forti restrizioni imposte alla moschea di Al-Aqsa, non sono altro che il proseguimento del piano di colonizzazione e pulizia etnica avviato nel 1917 volto a estirpare i Palestinesi dalla propria storia e terra. Nella “Grande Israele” non c'è posto per i palestinesi e non c'è mai stato, chi crede che i sionisti riconosceranno un vero Stato Palestinese è ingenuo o complice!

Gli attacchi e le scene di ordinario fascismo contro gli arabi sono l'evidenza di un sistema di dominio che ha poco a che fare con la religione, spesso criticato senza mai essere messo in discussione in quanto tale, ossia quale sistema di dominazione coloniale e razzista. Coprendosi di ipocrisia, si riconosce il diritto alla sicurezza dell'occupante mentre non si riconosce il diritto a resistere dell'occupato, si legittima il concetto dei due Stati che passa da Oslo, che bypassa i diritti e che non vuole fare i conti con una realtà in cui c'è solo un semplice apparato servile all'Occidente, l'ANP, che grazie alle donazioni internazionali ha creato il suo potere generando una élite compradora che ha assunto il neo-liberismo quale modello sociale e che in nome del profitto fa affari con l'occupazione. Tutto ciò reprimendo il dissenso e la voce di chi vede in ciò uno svuotamento della lotta palestinese e un tentativo di normalizzare ciò che non può essere normalizzato: l'occupazione sionista della Palestina!

La liberazione della Palestina non può passare attraverso il riconoscimento simbolico di uno Stato inesistente, ma dalla Resistenza e dalla messa in discussione del progetto sionista e dei meccanismi di potere che legittimano la prosecuzione della colonizzazione, dal combattere contro un sistema che ci vede uniti a tutti i popoli oppressi del mondo che si battono per la libertà, che lega le nostre lotte quotidiane alla lotta del popolo palestinese.

La borghesia “nazionalista” palestinese ha iniziato la resa al nemico col processo di Oslo. Essa è stata firmataria di accordi capestro che in pratica hanno contribuito a strangolare e successivamente distruggere l'economia palestinese, un'economia di resistenza all'occupazione, di piccolo artigianato e di tipo familiare, trasformando la popolazione palestinese in un mercato aperto per i prodotti sionisti. La dipendenza dagli aiuti internazionali ha fatto sì che il cappio venga stretto o allentato a seconda del caso. E il caso vuole che la risposta sia esclusivamente negli interessi sionisti. Poiché il mercato interno è saturo e l'esportazione è stata resa impossibile, al produttore palestinese è stato reso sconveniente continuare con la propria produzione. In maniera rapida e violenta l'economia palestinese è stata trasformata in economia di servizi in larga parte dipendente dai finanziatori/investitori. L'accesso facilitato ai finanziamenti/mutui ha reso l'insieme del popolo ostaggio di questa borghesia e della finanza internazionale.

Per la realizzazione di questo processo di trasformazione e delle sue pesanti ricadute l'imperialismo, in combutta con questa borghesia parassitaria, ha messo in piedi un apparato repressivo senza precedenti, in piena collaborazione e coordinamento con l'apparato repressivo sionista d'occupazione. Questa borghesia e ceto politico hanno aspettato invano più di 20 anni di essere ripagati per il collaborazionismo e il servilismo. Forse solo per questa ragione oggi assistiamo a questa accelerazione.

Se più di venti anni fa solo i più lucidi oppositori del processo di pace denunciavano la politica israeliana, come tentativo di riorganizzare uno spazio di controllo con la sottoscrizione dei palestinesi e di sostituire l'occupazione militare con un'altra forma di repressione, nonché di sganciare Israele dal "rispetto" delle norme internazionali, ora l'evidenza è sotto gli occhi di tutti e crediamo che questa verità debba essere condivisa chiaramente, definitivamente in Palestina, come anche tra chi si dice sostenitore del popolo palestinese. È ora di dire basta ai silenzi su alcune questioni, occorre prendere posizione, come ha fatto anche recentemente Marwan Barghouti dal carcere. Il silenzio seguito alle sue dichiarazioni è un segno di viltà e di sostegno alle politiche di aperta collaborazione con lo stato sionista.

Per questo non gongoliamo nel vedere qualche parlamento europeo "riconoscere" lo stato di Palestina, perché in realtà è l'estremo tentativo di non riconoscere il fallimento delle loro politiche spartitorie. La libertà del popolo palestinese verrebbe subordinata alle condizioni della "pace" imposte dall'Occidente. Questa non sarà pace, ma solo la continuazione dell'occupazione sotto altra forma.

Crediamo che, date queste condizioni, il riconoscimento dello “Stato di Palestina” non solo sia inutile, ma rappresenti una trappola da cui sarà ancora più complicato uscire.

Infatti questo riconoscimento ha l'obiettivo di “legalizzare e istituzionalizzare”, attraverso il consenso di una parte minoritaria “dei palestinesi del '67” - essendo, astrattamente, basato sulla risoluzione Onu n°181 - e significa accettazione della spartizione della Palestina, quindi avallare e sancire il progetto sionista. Questo atto gravissimo è reso ancor più ingiusto, proprio perché i riconoscimenti prospettano la nascita di uno stato palestinese sulla metà del territorio assegnato ai palestinesi con la summenzionata risoluzione Onu, il 22%, che sono i confini precedenti alla guerra del 1967. Avallare il progetto imperialista-sionista significa ridurre la Palestina al suo 22% e ciò lo rende ancor più inaccettabile; la dirigenza borghese palestinese vuole rinunciare non solo alla terra, ma anche ai palestinesi che non siano gli abitanti della Cisgiordania e della Striscia di Gaza. Per essa il popolo palestinese è solo quello che risiede nel 22% della Palestina.

Inoltre questi riconoscimenti tentano di salvare la “soluzione” due stati due popoli, un progetto razzista basato su concetti di appartenenza etnico-religiosi. Questa “soluzione” non considerando i “palestinesi del '48” che sarebbero costretti a vivere in uno Stato dell'Apartheid sionista, legalizzato dalla comunità internazionale e perfino da una parte dei “palestinesi del '67”. In una logica fratricida, esattamente come vuole l'imperial-sionismo.

Questi riconoscimenti, oltretutto, lasciano irrisolte questioni come quello del Diritto al Ritorno dei rifugiati, lo status di Gerusalemme, i confini, il controllo delle risorse, la liberazione dei prigionieri palestinesi. La nascita di uno Stato palestinese in queste condizioni implica la trasformazione del rapporto politico-militare esistente sul terreno tra colonialismo e resistenza in un rapporto diplomatico tra uno Stato sionista e un mini governatorato palestinese. La gestione dei nodi irrisolti avverrà attraverso inconcludenti canali diplomatici e nel limbo della legalità internazionale. Verranno meno le condizioni per mantenere la Resistenza popolare e soprattutto quella armata. Essa verrà messa fuori legge e verranno duramente repressi i partigiani, che poi saranno considerati terroristi. Quindi la nascita di questo Stato fantoccio vuole assestare un colpo mortale alla Resistenza arabo-palestinese e a tutto ciò che ha significato per i popoli del mondo.

Alla luce dei rapporti di forza attuali, degli interessi imperialisti a non mutarli, qualsiasi contenzioso tra lo “stato di Palestina” e l'entità sionista rischia di durare per l'eternità, ingabbiandovi il popolo palestinese. La mancanza di qualsiasi briciolo di giustizia prima o poi farà esplodere questa pentola a pressione. L'insofferenza e la frustrazione del popolo palestinese sono grandi, sono il frutto di oltre di cent'anni di occupazione fatta di violazioni quotidiane, di morte e distruzione.

L'obiettivo del sionismo, sin dalla sua nascita, è quello di “sperimentare” la pulizia etnica in Palestina. La storia ad oggi ha dimostrato il netto fallimento di tale progetto, la “soluzione” proposta allora dalle potenze imperiali due Stati per due popoli potrebbe essere la riforma del progetto imperialista iniziale, al quale invece il sionismo continuerà ad ambire, con il rischio però di perdere credibilità, quindi sostegno.

Per questo non c'è da sorprendersi quando si assiste ad esplosioni di rabbia che si sostanziano in forme violente, perché sono la conseguenza della violenza dell'occupazione. Perché si inscrivono in un contesto fatto di colonizzatori e colonizzati; in tale contesto la Resistenza in tutte le forme necessarie è l'unica soluzione e legittima risposta all'occupante sionista.

Questa è l'unica opzione da sostenere come uomini “liberi” che lottano contro la guerra e l'imperialismo originati dal sistema del capitale e prendono posizione nel conflitto di classe che ne segue.

FRONTE PALESTINA
frontepalestina@autistici.org

Informazioni sul Fronte Palestina

Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.
 

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