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Aumentano gli appelli rivolti all’Unione Ciclistica Internazionale (UCI), l'organo di governo del ciclismo, perché prenda provvedimenti al fine di far spostare la partenza del Giro d’Italia da Israele.

Gli organizzatori RCS MediaGroup dovrebbero incassare 10 milioni di euro da Israele per avere organizzato nel paese la “Grande Partenza” del Giro 2018, in programma dal 4 al 7 maggio.

I palestinesi subiscono da oltre 70 anni il più grande tentativo di Pulizia Etnica della storia: Nakba, Naksa, Sabra e Chatila, Piombo Fuso sono solo alcune delle terribili tappe che hanno segnato il genocidio. A queste si aggiunge un quotidiano stillicidio prestabilito in maniera mirata: isolamento, cibo razionalizzato, acque avvelenate, corrente elettrica misurata per riuscire appena a sopravvivere e non vivere, omicidi mirati, torture, sequestri di uomini, donne e bambini, ferimenti per rendere invalida la persona. Il tutto in perfetto stile razzista.

Nella sua autobiografia lo scrittore afroamericano Richard Wright descrive il clima di terrore che incombeva sulle comunità nere nel Sud della segregazione: “Erano tempi, scrive, in cui un crimine commesso da un nero diventava un crimine commesso dai neri; e la conseguenza era la punizione collettiva, il massacro ritualizzato che abbiamo imparato a chiamare linciaggio”.

Alla storica gara ciclistica Trofeo Laigueglia è prevista la partecipazione della squadra israeliana Israel Cycling Academy (ICA).  Questa squadra opera in violazione del diritto internazionale e dei diritti umani.

A fine aprile, infatti, parteciperà ad una gara israeliana che passa per Gerusalemme est nei Territori palestinesi occupati, arrivando alla colonia illegale israeliana di Pisgat Ze’ev. Le colonie israeliane costituiscono un crimine di guerra secondo il diritto internazionale. E secondo le Nazioni Unite, la municipalità di Gerusalemme sta proseguendo, come scelta politica, la graduale  "pulizia etnica" dei palestinesi attraverso la demolizione di case, espulsioni forzate e la revoca del diritto di residenza.

La giornata della Memoria, 27 Gennaio, è l’ennesima truffa sionista, l’ennesimo tentativo di riscrivere la storia a propria immagine e somiglianza. La Memoria è un patrimonio collettivo che bisogna aver voglia di rendere patrimonio di tutti e tutte. Altrimenti è truffa...e noi non ci stiamo!

OVVERO: PERCHE’ BATTERSI PER I DIRITTI DEI PALESTINESI VUOL DIRE BATTERSI PER I NOSTRI DIRITTI

Dico “nei confronti del sionismo” e non solo “nei confronti di Israele” perché il diffuso atteggiamento condiscendente e complice riguarda non solo lo Stato ebraico ma il complessivo progetto sionista in corso di realizzazione: non sappiamo fin dove intende espandersi territorialmente; certamente mira a uno Stato esclusivamente ebraico; certamente ambisce avere l’intera città di Gerusalemme come propria capitale.

A seguito della vile dichiarazione del terrorista americano Trump, nei primi giorni del dicembre 2017 in Italia si sono svolte una serie di manifestazioni per denunciare i crimini sionisti contro i palestinesi. Il Collettivo Palestina Rossa ha condiviso, aderito e partecipato.

Vogliamo denunciare il tentativo di criminalizzare chi manifesta solidarietà alla resistenza palestinese e denuncia il terrorismo sionista: i vari fascisti e sionisti, da Informazione Corretta a Il Foglio, dal deputato Emanuele Fiano al segretario del Pd di Milano Pietro Bussolati, da Sala ad altri amici dei fascisti, fino ad arrivare agli opportunisti che immediatamente sostengono chi vuole solo coprire i crimini sionisti, anche quelli che stanno avvenendo in questi giorni.

La sinistra deve tornare a schierarsi con gli oppressi. I palestinesi da parte loro hanno l’opportunità di comprendere la necessità di ritrovare un’unità dal basso e di promuovere la creazione di nuove strutture democratiche.

Roma, 3 gennaio 2018, Nena News – Fare un bilancio del 2017 sulla Palestina mentre sono in corso manifestazioni e repressione, arresti e uccisioni, è estremamente difficile, ma alcune riflessioni possono essere utili. Credo che l’acuirsi della repressione, così come la presa di posizione di Trump su Gerusalemme, possano essere il tentativo, da parte di chi si trova in condizioni complicate, di spostare l’attenzione dalle proprie difficoltà a livello internazionale e interno.

TRUMP NETANYAHU TERRORISTI!

L'ennesimo colpo che mira al cuore della Palestina è stato sparato. La dichiarazione di Trump che sostanzialmente riconosce Gerusalemme capitale di Israele, alla faccia della praticamente intera comunità internazionale, rappresenta l'ennesimo sostegno della politica di espansione coloniale e di conquista dell'intera Palestina storica.

Il Fronte popolare per la liberazione della Palestina ha annunciato la cancellazione delle iniziative previste per il suo cinquantesimo anniversario, compreso il festival in programma per sabato a Gaza City, decidendo di trasformare quegli eventi in manifestazioni di rabbia per affrontare il sionismo e l'imperialismo USA dopo la dichiarazione di Trump su Gerusalemme.

Durante una conferenza stampa giovedì scorso il Fronte Popolare ha dichiarato che verrà organizzata una marcia sabato alle 12 in Gaza City dallo slogan “La rivoluzione continua fino al ritorno e alla liberazione di Gerusalemme”. La manifestazione a Gaza City si svolgerà contemporaneamente ad una che si terrà a Ramallah organizzata sempre dal FPLP.

Il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina qualifica la dichiarazione del presidente degli USA, Donald Trump, come una dichiarazione di guerra contro il popolo palestinese ed i suoi diritti, chiarendo la posizione ostile nei confronti dei palestinesi e dichiarandosi complice dello Stato sionista, dei sui crimini contro il popolo palestinese e la sua terra, e su questa base deve essere affrontata.

Inoltre il Fronte Popolare ritiene che con questa dichiarazione Trump abbia sparato un “proiettile di misericordia” sulla cosiddetta “soluzione dei due stati” e sul processo di pace. Ha invitato la leadership palestinese ad apprendere dall'esperienza devastante del ricorso ai negoziati sotto il dominio degli Stati Uniti, ad annunciare un ritiro immediato dall'accordo di Oslo e da tutti gli obblighi ad esso successivi.

Nel centenario della dichiarazione di Balfour, la decisione degli Stati Uniti di riconoscere Gerusalemme come capitale dello Stato sionista ed il conseguente trasferimento della propria ambasciata in quella città, segna un nuovo passo storico nel progetto coloniale in Palestina e ha l’indubbio merito di fare chiarezza sulla scena geopolitica mediorientale.

Sgombera il campo dalle ambiguità, taglia le gambe ai collaborazionisti ed agli ingenui. Indica l’unica via rimasta per ottenere Al Quds capitale della Palestina: la lotta “con tutti i mezzi necessari” contro il nemico sionista e imperialista. Staccando la spina ai moribondi Accordi di Oslo, che erano il contenitore della (non) soluzione del conflitto arabo-sionista, attraverso la formula dei “2 popoli 2 stati, svelando una bufala internazionale durata un quarto di secolo. Una vera e propria dichiarazione di guerra contro gli arabi, che rientra nel piano della fazione imperialista neocolonialista statunitense che, contestualmente all’occupazione di porzioni di Siria, Iraq, Libia e Yemen, vuole “chiudere” la ferita aperta della Palestina e della sua capitale storica: Al Quds.

A meno di ventiquattr’ore dalla presentazione ufficiale del Giro d’Italia 2018, i veri padroni dell’evento hanno tirato giù la maschera mostrando, per l’ennesima volta, il loro vero volto di tracotanza e prepotenza.

Infatti è emerso dalle cronache giornalistiche che i ministri israeliani dello Sport e Cultura, del Turismo e quello, inquietante, delle “Questioni strategiche” si sono infuriati per la definizione apparsa sul sito del Giro d'Italia 2018 di “Gerusalemme Ovest come città di partenza”. I ministri sionisti Miri Regev (sport e cultura) e Yariv Levin (turismo), hanno ribadito alla loro controllata di fatto RCS Sport che «Gerusalemme é la capitale di Israele, non vi sono est e ovest», ordinando quindi agli organizzatori del Giro d’Italia di sostituire la definizione incriminata, sostituendola con quella di Gerusalemme. Pena la cancellazione delle tappe israeliane e, soprattutto, la sospensione dei lauti finanziamenti agli organizzatori stessi.

Riproducendo la dura quotidianità riservata ai palestinesi nella Palestina Occupata e proseguendo nella loro strategia di “occupare” la politica, le istituzioni, la cultura, le celebrazioni  e persino lo sport italiani , le guardie di frontiera sioniste hanno respinto la compagna Leyla Khaled, esponente storica del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina.

Giunta in Italia con regolare visto-Schengen, rilasciato dall'ambasciata olandese in Giordania, con il quale, pochi giorni prima, aveva potuto partecipare ad un evento presso il Parlamento europeo su invito diretto di parlamentari, la guerrigliera palestinese, se lo è visto annullare con un tratto di penna direttamente al posto di frontiera dell'aeroporto di Roma “Fiumicino”, è stata respinta e obbligata ad imbarcarsi sul primo volo per Amman.

Il Fronte Popolare per la liberazione della Palestina non ha potuto determinare fin da subito la sua visione politica, organizzativa, intellettuale e i suoi obiettivi strategici generali, dopo la sua fondazione ufficiale l'11 dicembre del 1967. Questo semplicemente perché il FPLP era formato da una coalizione composta da più di una fazione e da un gruppo rivoluzionario di guerriglia che aveva iniziato a emergere, non si considera ancora un partito politico unificato, governato da una visione centrale globale e da leggi e regolamenti interni.

La natura e le circostanze della nascita, le sue complessità e condizioni, sono rimaste un freno deciso e ostinato alla realizzazione delle condizioni necessarie per lanciare la visione intellettuale, politica e organizzativa del partito, una visione strategica che riflette l'essenza del suo progetto rivoluzionario e, soprattutto, giustifica la sua esistenza e necessità.

Si può dire che il primo tentativo serio e di successo a questo livello è stato raggiunto dopo la conferenza del febbraio 1969 e dopo la scissione nel Fronte Popolare. Questo periodo è stato accompagnato da uno stato di divisione, di confusione e da una tempesta intellettuale, politica e organizzativa, oltre a conflitti e le contraddizioni personali e interne che in alcuni casi hanno quasi sopraffatto questo nuovo partito rivoluzionario. Soprattutto nel periodo successivo alla sconfitta nell'aggressione sionista del 1967, quando quasi tutti i regimi arabi, sia "nazionalisti" che reazionari trovarono nel sostegno della destra palestinese una soluzione e un modo per affrontare la minaccia della sinistra rivoluzionaria araba espressa in questo nuovo partito. Pertanto la visione del percorso e della lotta del PFLP si sviluppò inizialmente in una nascita incerta, difficile e sanguinosa.

Il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) considera la designazione di Hezbollah da parte della Lega araba come “terrorista” un vero atto di aggressione contro l'intera nazione araba che riflette l'egemonia del Regno d’Arabia Saudita sulle decisioni e le politiche all'interno della Lega Araba, conferma l’adesione della Lega Araba ai dettami dell'imperialismo americano e del sionismo.

Questo attacco alla resistenza nella regione segue le indicazioni degli Stati Uniti, le decisioni e gli interessi sionisti; rivela le vere intenzioni dei regimi reazionari arabi contro i movimenti di resistenza e le forze popolari che respingono il dominio sionista e degli Stati Uniti nella regione dall'oceano al Golfo. Il Regno saudita minaccia di trascinare la regione in una guerra e alla devastazione, versando ancora più benzina sul fuoco della distruzione settaria.

Balfour, 117 parole che compongono un crimine

Nel 1916 gli aerei degli Alleati lanciavano volantini sugli arabi chiedendo di combattere i turchi per ottenere indipendenza e libertà. Nello stesso tempo Mark Sykes in Gran Bretagna e Georges Picot in Francia restavano serrati in una stanza con una mappa del Medio Oriente a pianificare come spartirselo.

Un anno dopo Arthur James Balfour, ministro degli esteri britannico, concluse un accordo segreto con ricchi ebrei europei per facilitare l’istituzione di una “casa ebraica nazionale”, non uno stato, non nella, non della Palestina. Conservò questo accordo sotto chiave. Nel frattempo, nella primavera del 1917, le forze britanniche entrarono in Palestina e bombardarono Gaza con munizioni di gas tossici (sì) e distrussero la maggior parte dei suoi antichi palazzi, ma furono sconfitte due volte alle porte di Gaza.

La sera del 31 ottobre 1917 le forze di Allenby conquistarono Beer Sheba in un attacco a sorpresa. Le porte della Palestina si spalancarono. Allenby inviò un cablo a Londra il 1° novembre: “Abbiamo conquistato Beer Sheba. Gerusalemme sarà il tuo regalo di Natale”.

Informazioni sul Fronte Palestina

Per sviluppare un lavoro di classe nel sostegno alla lotta di liberazione della Palestina e degli altri popoli oppressi e aggrediti dall'imperialismo, oltre alle sterili e dannose concezioni del pacifismo e dell'equidistanza tra aggressori e aggrediti che hanno in gran parte contribuito ad affossare il movimento contro la guerra nel nostro paese negli ultimi anni, si è deciso di fondare l'organismo nazionale Fronte Palestina.
 

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